Qualche sera fa, in campagna di un amico, ho passato un tempo indefinito ed apparentemente indefinitamente lungo, sull'altalena. La classica altalena con le corde e il legno, il fresco della sera, il caldo del vino, il profumo del prato e la sensazione del cielo sereno. Un senso di pace che non provavo da tempo.
Ieri, ho scelto qualcosa che apparentemente è contro senso, contro logica, contro utilità, che non ha nulla di razionale ed avrà un prezzo, per ora ancora da stabilire, forse anche troppo alto. E' stato però un gesto che avevo bisogno di compiere, da molto tempo. E' stato rifiutare un voto ad un esame, dopo averlo sostenuto molto male. Non so cosa sia andato storto, non sono arrivata impreparata ed ero particolarmente agitata. Il voto basso che il prof mi ha proposto non è un voto che influisce sulla mia media, e la materia non è una materia che mi interessa. Per di più era il terzultimo, sono agli sgoccioli e perdere tempo è l'ultima cosa che vorrei, ma ho sentito dentro di me il bisogno di riflettere ancora su quello che ho studiato e trovare le ragioni per cui non sono stata capace di dimostrarlo.
E' una vecchia storia questa, che mi porto dietro dagli ultimi esami della Laurea Triennale: c'è stato un momento, allora, in cui ho cominciato a prepararmi per una data ed inevitabilmente ritardare di una settimana l'esame, perché volevo più tempo per pensarci, e poi ho visto scendere il mio rendimento, la mia concentrazione, ho perso quel modo brillante di descrivere le cose che spesso mi ha permesso di superare con voti eccellenti anche esami in cui la mia preparazione non era al top.
La laurea specialistica poi è cominciata in una fase strana della mia vita. Il primo esame che ho sostenuto,stessa spiaggia stesso mare, l'ho sostenuto e non volevo sostenerlo. Avevo bisogno di pensarci; in quel momento, però, mi sono lasciata spingere e convincere ad entrare, sedermi, e quando sono uscita, mi è stato fatto notare come fosse importante accettare quel voto. Questo poi si è ripetuto altre volte, anzi a dire la verità se non fosse stato per una presenza costante che mi ha aspettato dietro la porta in tutti questi esami, probabilmente ora sarei alla metà, e non vorrei, davvero. Ma ieri no, ieri, un moto d'orgoglio, o forse un pizzico di follia, o non so cos'altro, senza alzare lo sguardo - l'ho fatto solo dopo - mi ha indotto a dire - non lo voglio - .
E' che devo capire: dove è andato quel modo brillante di discutere? Dove è finita la capacità di restare concentrata e pensare? Dove l'intelligenza per collegare le cose fra loro? Non mi basta sapere che so, non è sufficiente a lavarmi la coscienza. Il punto è che devo dimostrarlo, all'altezza di quello che so. E' il senso dell'esame, è il momento in cui si dimostra, si verifica, e si affronta a testa alta il giudizio. Ma il giudice deve essere prima in sé, e ieri, per me, l'esame non l'ho superato. [D'altra parte, forse nemmeno per il prof, che prima mi ha proposto quel voto bassissimo, e al mio rifiuto mi ha chiesto come penso di studiare ora (gli ho francamente detto che forse ho studiato in modo superficiale, un po’, ma non credo di avere bisogno di molte spiegazioni, che mi ha proposto di darmi), me ne è sembrato convinto: quando nel pomeriggio sono tornata da lui per dirgli che tra un paio di settimane vorrei sostenere di nuovo l'esame, mi ha detto ok, ma che secondo lui non sarà abbastanza. Allora, vuol dire che non era abbastanza anche ieri?]
So che ho fatto una stronzata. Ma non sono pentita, anzi. Sono serena, ora, come quella sera sull'altalena, perché ho ritrovato quella persona che ero, e che per troppo ho lasciato stare in silenzio. Ho bisogno di saper dimostrare quello che sono, e finché non ci riesco, devo riprovare. Ho bisogno di fare le cose che mi piacciono, come andare sull'altalena, che a 26 anni sembrano non avere un senso, e magari non ce l'hanno, ma sono parte di me.
