giovedì, 29 gennaio 2009, 10:27
stress, laboratorio, ing , conneries


Si narrano leggende su soggetti che, quale che fosse la velocità con cui un qualsivoglia prof spiegasse argomenti di qualsivoglia complessità - concettuale, grafica, di calcolo che fosse - riuscissero ad appuntare con ordine e metodo tutti i passaggi della lezione senza perdere una virgola, una, e, finanche, annotando qualunque gesto o movimento del relatore di turno, compresi starnuti ed esclamazioni varie.  Si narrano leggende di campus di soggetti che, pazienza infinita, registravano, accordato il permesso, le lezioni e dopo ore ed ore di corsi che, si sa, ad ingegneria fanno perdere i capelli, le riascoltavano e sbobinavano. Questi appunti tanto preziosi, arricchiti di grafici e disegni, diventavano per alcuni corsi (notoriamente Geotecnica, Katia gli studenti ringraziano, nei secoli) i veri e propri riferimenti bibliografici. Della serie, la bibbia secondo il prof (la prof, nel caso in questione:p).

Si narrano poi leggende (o quanto meno non mi dispiacerebbe se si narrassero :P) circa il fatto che pure io me la cavassi discretamente, e che pazientemente, ad un certo punto della mia vita, fossi arrivata addirittura a ricopiare e sistemare gli appunti volgendoli in digitale. (si badi che le mie capacità di appuntinaggio sono scientificamente provate dal fatto che il recupero degli appunti di, nell'ordine, Scienza delle Costruzioni, Tecnica delle Costruzioni, Geotecnica appunto, Teoria e Tecnica della Pianificazione Territoriale e Urbana, nonché Tecnica e Gestione Urbanistica al fine di preparare l'orale - superato - dell'Esame di Stato sia stato meno drammatico del previsto).

Allora il punto è:

Cosa  mi succede quando l'argomento dell'appuntinaggio è argomento che mi appassiona e che, per la passione, mi distrae dal filo naturale del discorso facendomi perdere in connessioni improvvisate che trovo e che mi invento, stimolanti per la mia mente ma che, tragicamente, rendono quasi inutilizzabili gli appunti, sintetizzati ad una successione di frecce e di deviazioni, di nomi e di riferimenti (spesso pure scritti male accipicchia!)?

Ebbene, riflettevo su questo sfogliando gli scarabocchi frutto di una telefonata improvvisa del mio tutor di PhD. Ghgh, ridacchiavo tra me e me mentre mi suggeriva cose interessanti da leggere. Ghgh, ridacchiavo tra me e me quando scrivevo nomi di ricerche da fare. Ma ora, a poche ore dalla telefonata, cosa vorrà mai dire uno schema del tipo:




Accetto suggerimenti ed interpretazioni. Chi meglio mi conosce, tanto più si sforzi. La chiave è nella mia testa. Argh*10^6


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martedì, 27 gennaio 2009, 09:31
conneries


Mattiniera, stamattina ho cominciato subito a lavorare. Dopo una decina di minuti di rilettura dei passaggi messi giù ieri, mi sono accorta che tendevo ad incurvare la schiena, per via della sedia - forse - troppo alta.
Abbassiamola, mi sono detta. Pluff, in un attimo fatto. Ho provato ad abituarmi alla nuova condizione ma, boh, la schiena incurvata permaneva, e si sommava un angolo acuto per il braccio (non ci sono abituata, mi hanno sempre insegnato a formare un angolo retto, se no mi fanno male i polsi) ed inoltre la sensazione di essere bassissima.
Che fare? Eh si, questi si che son problemi

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martedì, 20 gennaio 2009, 10:10
specchio


Il sole che entra dalla parete a vetri ed il silenzio di nuotatori solitari. Nessun vocio, il rumore dell'acqua e l'odore del cloro.

Mi concentro sull'allenamento, calcolo il tempo, conto le bracciate e mi accorgo che il problema è mal posizionato. Il corpo è contratto, la mia attenzione distratta.

Cerco di spingere lo sguardo sul fondo,mi affatico e mi spavento.

L'acqua, ancora estranea, l'ambiente inconsciamente ostile,  il corpo teso.Non demordo, e ci riesco.

Rivedere il problema, dall'inizio, verificare le ipotesi. Barrare, riscrivere. Solo io, al centro.  Respirare, muovere, controllare, lasciar andare.


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venerdì, 16 gennaio 2009, 10:19
gente, conneries


Nell'ascensore dei ragazzi tipo del secondo anno, mentre parlavano dell'effetto dell'essere brillo/ubriaco con l'eccitazione della prima volta, uscendo mi hanno detto "arrivederci".
Eppure pensavo che il Winnie Pooh attaccato allo zaino e loro non mi facessero sembrare più grande.

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martedì, 13 gennaio 2009, 10:12
boulevard parisien, conneries


Dopo l'infinita fatica fatta per alzarmi, in un grigiore densissimo, la buona volontà mi ha suggerito di preparare la borsa per la palestra, prima lezione dopo secoli e secoli di inattività, per stasera. Mentre prendevo le scarpette, ecco che in una scatola ne ho trovato un paio dimenticato da sempre e praticamente nuovo.
Ecco, è proprio quello più adatto a cominciare una nuova attività, mi dicevo.
Sempre che non porti male il fatto che queste scarpe sono state comprate, anni or sono, in quel di Parigi, in uno dei momenti entusiastici in cui avevo deciso di praticare con costanza e zelo il footing nel bel parco sotto casa, salvo poi abbandonare dopo pochissimi tentativi, vuoi per la pigrizia genetica, vuoi per la concomitanza del mio ritorno a casa e della chiusura del parco di cui sopra.
Bene, assodato dunque che probabilmente non saranno di buon auspicio, potrebbe forse aiutare il fatto che le scarpette, perfettamente integre e per nulla maleodoranti, testimonianza dell'infinitamente breve uso, presentavano (presentavano, eh, perchè ho passato parte del risveglio a ripulirle) su entrambe le suole evidenti incrostazioni di calpestaggio dei segni del passaggio di qualche joli chiot parisien.
Questo si che mi sembra un buon inizio

update: cvd, la pigrizia, il mal di testa, il mal di stomaco, il sonno, i muscoli indolenziti e la pioggia hanno avuto la meglio...niente palestra, per ieri



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venerdì, 09 gennaio 2009, 01:21
conneries


Ho disfatto l'albero, e l'ho pure smontato, imballato e conservato.

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mercoledì, 07 gennaio 2009, 20:55
specchio


E ci sono periodi molto maperò nella vita. Il fiume degli eventi ristagna e non si sa quale direzione prenderà, e andiamo alla deriva in acque torbide. Poi l'acqua diventa limpida, il torrente scorre e tutto torna trasparente.

S. Benni, Margherita Dolcevita


Un tempo trovavo scrivere qui dentro terapeutico. Dicevo in giro, e lo pensavo e ne ero convinta, e ne sono convinta tuttora, che mi servisse ad ordinare i pensieri e, filtrandoli, riuscire ad osservarli con il giusto distacco. A lungo andare, poi, ho trovato il modo di usare questo spazio per descrivere il mondo così come lo vedo, raccontare pezzetti di vita, di amici e di cose, ed ho lasciato che vivesse insieme a me.

Ad un certo punto poi, un'amica, augurandomi buon Natale, mi ha chiesto di parlarle di me, ogni tanto. Mi ha fatto pensare molto. In primo luogo al fatto che bé, in fondo non credo di essere mai stata una di troppe parole, ed in secondo luogo che forse si (ma solo forse) aveva ragione, ed il tempo e la distanza e la solitudine mi hanno resa aspra e gelosa dei miei stessi pensieri.

Forse è per questo che trovo difficile mettere nero su bianco quello che provo in questi mesi così densi di avvenimenti , e faticoso esprimermi per metafore come magari facevo una volta.

Quindi, taccio e non scrivo.

Pigra, perfino, di scrivere per me stessa.

A volerla vedere con l'ottica del bicchiere mezzo pieno potrebbe essere pure un grande risultato, come se fossi diventata capace di pensare, senza aver bisogno di ordinare. Ma non so se ci credo, ecco.

Voglio tornare a scrivere, questo il punto. :)


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