Sono passati due giorni da quando ho ricevuto una telefonata sotto la pioggia e ho saputo che il master è finito bene e tutta la fatica che ho fatto nello scorso anno si è tradotta in una riga di CV (e qualcos'altro, in realtà, ma poi la gente capisce solo quello).
Ho chiamato mia madre e ho mangiato una crèpe solitaria, c'era poco segnale e lei non ha gioito più di tanto. Poi, non ho saputo dirlo a nessun altro, e ho vagato per il mio quartiere e sono tornata a casa e ho aspettato interminabili ore e mi sono fatta carico di tristezze che non mi appartenevano o forse si e ho consolato e ho coccolato e poi ho sognato e mi sono svegliata e mi sono alzata e sono risalita sul letto e ho faticato ad addormentarmi e poi mi sono seduta in un angolo ad un tavolino en terrasse, sotto un sole tiepido di autunno e ho sorriso e dentro ho pensato che in realtà stavo sbagliando. Poi ho ascoltato un concerto interminabile e alla fine sono stata fiera, e ho pensato che con un concerto è iniziato, e forse sarà un concerto a porre fine.
La parentesi parigina della mia vita volge al termine ed è tutto molto strano.
E tutto questo era per dire che ora avrei una specie di festa di laurea da organizzare ma no, vabbè, non ci sarà nessuna festa, che non sono adatta io ad essere la festeggiata.
L'allergia all'amore mi è tornata tutta all'improvviso, mentre mi sistemavo nell'agognata posizione che ero riuscita a conquistare sull'aereo e accanto a me venivano a sedersi due esemplari di persone in amore della peggior razza.
Non è che sia così…selettiva, diciamo. Ma in certi casi si. E allora, continuare a chiamarsi amore aggratis, quando all'anagrafe c'hai un nome ben preciso, e nel corso degli anni (che ti porti pure male, cacchio, ma guarda che pancia che c'hai) hai sicuramente accumulato soprannomi e nomiglioli vari no, questo non lo sopporto. Proprio a pelle, mi fa allergia, l'ho detto. Va bene, andate a passare un weekend a Parigi in un albergo super lusso, ed è la città più romantica e siete in pre-luna di miele e vabè, tutto questo ci può stare ma vi prego non resisto. Se poi cominciate a sgranocchiare e fare molliche ovunque, a guardare in modo strano sul mio libro (per capire che razza sono, si), a sfogliare giornali di architettura e discutere sui mq di piastrelle (che bisogna fare il conto, si ma a occhio e croce) a sbaciucchiarvi come due adolescenti, ma dico, io che devo fa? Poi so' cattiva e cinica, e ma si!
Che poi, ho maturato quest'idea, che qui non c'entra niente, e non me ne voglia chi si sentirà tirato in ballo e non lo è, davvero (questioni personali, nrd) : ma cacchio ma come si fa a tenere quelle unghie così, con la french manicure, tutte senza una pellicina fuoriposto? Dev'essere che ad un certo punto, cambiano le priorità, si diventa grandi, e si prendono sul serio certe cose. Bah. Lungi da me (che quando mi vedrete con la french manicure, chiamate uno psichiatra, sarò alla frutta).
Infine, ma cacchio, sei così ricco che le paghi il weekend a Parigi e tutte quelle lampade che s'è fatta (o magari le hai pagato tutte le vacanze???!!!). Bah. Che poi, voglio dire, abbronzatura e french manicure a parte, lei è pure bella, che ci sta a fare con te? :p
Meno male che qua non sono l'unica bianchiccia, va, che in Italia mi sentivo una pecora nera.
Cantiamoci 'na canzone a tema (e in lingua, che fa contest).
L'amour, hum hum, pas pour moi,/Tous ces "toujours",/C'est pas net, ça joue des tours,
Ca s'approche sans se montrer, /Comme un traître de velours,/Ca me blesse ou me lasse selon les jours /L'amour, hum hum, ça ne vaut rien,/Ça m'inquiète de tout, /Et ça se déguise en doux, /Quand ça gronde, quand ça me mord,/Alors oui, c'est pire que tout,/Car j'en veux, hum hum, plus encore. […]
L'amour, hum hum, j'en veux pas /J'préfère de temps de temps/Je préfère le goût du vent
Le goût étrange et doux de la peau de mes amants, /Mais l'amour, hum hum, pas vraiment!
Ho creato l'angolo relax. Il pc è sulle gambe incrociate, sono sul letto. A destra, sul tavolino, i fogli e i quaderni di questi giorni intensi. Le lampade accese, cordless e cellulare a portata di mano. Il burro cacao che ho comprato stamattina in farmacia. Le labbra hanno di nuovo i soliti spacchi ad ogni lato. La prima volta è stato un giorno in cui c'era la neve avevo un esame e mio padre non mi ha fatto prendere la macchina. Da allora in poi, per sapere se sono nervosa, è bastato guardare gli angoli delle mie labbra. Sul comodino il libro di Lagrèze e, sopra, quello con la copertina di pelle rossa di Roy; sono i libri del prof, glieli ho chiesti in prestito perché i miei sono rimasti a Parigi. C'è la tazza - quella delle coccole e delle tisane - semi-piena di camomilla ormai semi-fredda. La mia gamba pulsa e cerco di calmarla, controllando il respiro e dandogli lo stesso suo tempo, mentre ormai itunes è in loop e non ho voglia di ascoltare altro. Ho la notte per lavorare, e questa volta si deve fare, perché non ci sono molti giorni. Ho qualche ora ancora per aspettare che lui si connetta.
E così, mentre cerco di capire cosa mi succede, per la prima volta smetto di lasciare che la sua presenza permei soltanto queste pagine, e gli do'un'esistenza reale. Cerco di mettere ordine nei miei sentimenti ed in questi mesi di conoscenza e passione. Vorrei essere certa di quello che è, di quello che sarà, ed invece so con quasi certezza che attenderò inutilmente la sua telefonata stasera, perché è fuori col suo migliore amico ed è giusto così. Mentre ero a tavola con i miei, e mi innervosivo per i cliché che si ripetono ad ogni momento e a cui non riesco ad abituarmi, ripensavo al lento ritmo della mia finestra aperta sulla confusione di Rue Soufflot. Le mie cene, le mie lenzuola arancioni, il mio cuscino quadrato e le copertine di A nous Paris che ricoprivano la mia parete. Il mio frigo semivuoto, con yogurt e parmigiano e la macchinetta del caffè sulla piastra. Ripensavo alla sua cravatta e alle scarpe nuove che l'ho convinto a comprare. Ripensavo a quando è tornato con il terriccio per i gerani rossi del suo balcone e a quando ha organizzato il nostro weekend in Normandia. Ripensavo a quando abbiamo mangiato il giapponese sul mio letto e a quando siamo andati a vedere il Cirque du Soleil. Ripensavo a certi tavolini fotografati la domenica mattina ad Abbesses, e ai gatti che ci hanno fatto compagnia in questi mesi. Ripensavo ai codici del portone, che non so più se me li ricordo, ma mi facevano tanto sentire a casa. Ripensavo al parquet, 'che mi piace da morire andare scalza in casa e alla sua posta sotto la porta, che ogni volta che la trovavo gliela mettevo sulla scrivania, davanti al pc con quell'enorme schermo che ha comprato ultimamente e sul cui sfondo ha messo noi due e quando l'ho visto gli ho detto di toglierlo, perché non mi piace, perché non mi andava. Ripensavo ai post-it che gli lasciavo quando uscivo, perché poi lui la sera li trovasse e pensasse a me, e a quella volta che ho comprato i broccoli al mercato e ho fatto i cavatelli con le mie mani, perché volevo che sentisse il sapore della mia terra. Ripensavo alle notti che ho passato con lui, e a quanto ho amato il suo letto con la scaletta, così lì sopra eravamo solo noi, e nessun altro. E poi tutte le volte che siamo scesi perché il suo cellulare era acceso e lampeggiava fastidiosamente. E ripensavo a tutte le candele che abbiamo consumato e alla bottiglia di martini che ho finito e al bicchiere che ho rotto e alla grattugia che ho comperato. Ripensavo a come gli ho permesso di guardare il mio corpo, di guidarlo, di conoscerlo e lasciare che io stessa lo conoscessi. Ripensavo ai fiori di carta che gli ho comprato, un giorno di primavera. Ripensavo alle ricette che mi ha scritto sul mio quaderno delle memorie parigine. Ripensavo a quella sera che abbiamo preso il taxi da Colombes e il tassista ci parlava di Sarko e non si capiva nulla nel suo accento. Ripensavo all'acqua vittel aromatizzata alla fragola che è andato a comprarmi quel giorno di dicembre che in metro stavo svenendo e avevo la febbre altissima. Ripensavo alle crèpes che mi ha preparato perché bastassero pure a colazione e a quella volta in cui è rimasto a chiacchierare con Valérie e si è dimenticato che lo aspettavo nelle scale. Ripensavo a quando Claire ha dormito due giorni da lui e boh.
Sono passati dei mesi, sono passati mesi in cui ho scoperto che no, non ho voglia di stare da sola e quello che mi rende felice è essere davanti all'obiettivo, guardata con quello sguardo che non ha pari, che non c'è altro che mi riempie uguale. Sono passati mesi in cui la mia giornata aveva senso solo perché verso le cinque lui mi chiamava e prendevamo accordi per la serata. Sono passati mesi in cui gli mandavo 10 mail al giorno dalla mia postazione in biblioteca, mentre lui era là, a versailles, ed io fremevo, e lui era il mio mondo.
E poi ho preso il treno e l'ho salutato col sorriso ed il treno era pieno di gente e ho passato la notte in piedi senza pensare che stavo partendo. E l'ho ritrovato in una web-cam e ho ritrovato la mia città ed i miei amici, e piano piano ho ricominciato a parlare potentino e a vivere questa dimensione ed un giorno ero dal veterinario e lui mi ha telefonato e gli ho raccontato che avevo conosciuto una persona straordinaria e lui è stato geloso e poi abbiamo parlato e parlato e parlato, abbiamo parlato della distanza che mi fa male e della paura che ho, e del fatto che non so se voglio che i miei figli vadano in una scuola francese. Voglio che conoscano brigante se more e abbiano i brividi come ce li ho io, quando la ascolto. Abbiamo parlato di come crediamo possa funzionare e gli ho detto che non voglio sentirlo tutti i giorni, perché ho paura di rivivere cose che mi facevano pulsare la gamba e spaccare le labbra. Lui crede che l'amore basti. Io sono convinta che prima o poi, l'amore non basta. E mi emoziono a vedere le coppie internazionali all'aeroporto ma non so se io sono così. Voglio le cose semplici, e nelle cose semplici ci si aiuta e ci si occupa l'uno dell'altra ed io non lo so se ho voglia di partire e lasciare questo letto su cui ora sono seduta, con le mie lampade ai due lati e le due finestre davanti. Ho tutti i peluches sul pianoforte, e ora ogni volta che torno a casa Modo'arriva e non mi fa nemmeno uscire dalla macchina che già mi salta addosso. Io non lo so se ho voglia di continuare ad andare a vedere concerti con i miei amici in coppia e sentirmi sempre sola e non avere qualcuno da abbracciare. Io non lo so se il pensiero mi basta e non lo so se ho voglia di percorrere ancora mille volte Boulevard Saint Michel da sola di notte e non so mai nulla e sono sempre confusa.
Ed io non lo so se quello che è stato, è stato solo influenzato dall'aria di Paris e non lo so se quello che ho provato era naturale e sentito e non lo so se sono sincera e non lo so se sono una bella persona. che poi, alla fine, non credo affatto.
E il tempo di decidere arriva, ed io non vorrei mai essere pronta.

Mi fanno sempre molta paura le prime domeniche fresche. Mi chiudo in camera e se esco e ci rientro, non c'è il profumo dell'aria di campagna che viene dalle finestre aperte, ma l'odore di chiuso e il calore sprigionato dal pc sempre acceso. Metto i calzettoni e ci scherzo su. I loro colori accesi sembrano smorzare la tristezza che invece mi assale per la solitudine che comincio a sentire. Vago tra le stanze senza troppa pace e mi concedo bagni pieni di schiuma che finiscono per peggiorare la situazione, quando la corrente salta e sono costretta ad una doccia fredda perché acqua calda non ce n'è più. Mi fa sempre molta paura ritrovarmi in tavolate lunghe ed essere lì, nel mio angolo, un po’ sempre uguale a me stessa, vesti
ta di nero e fondamentalmente sola. Così, un'appendice degli altri che appartengono ad un contesto e ad un quadro in cui io saltello ogni tanto per poi rimanerne, alla fine, fuori. Come se saltellando saltellando potessi godere di tutti questi quadri diversi e dei mille paesaggi che dipingono e delle mille storie che raccontano. Ma poi, la domenica, sono fuori dal quadro, e sono sola. E mentre faccio pace con la mia città, seduta in un vicolo mezzo sconosciuto, chiedendomi le mie ragioni delle mie storie, ecco che le labbra si spaccano e il mio nervosismo prende la forma somatica che più mi fa paura, perchè non sono capace di controllarlo e, allora, diventa visibile a chiunque, chiunque sappia leggerlo, chiaro.
Mi fanno sempre molta paura i traguardi che arrivano, segnati dalle prime domeniche fresche. l'autunno che ricomincia e i progetti che dovrebbero prendere forma. Ma che poi, invece, rimangono così, non meglio definiti, senza qualcuno che mi ascolti e mi aiuti a dar loro un senso. Mi fa molta paura questa sensazione di lasciar passare così gli anni, continuando a saltellare da una parte e dall'altra, rimanendo il jolly di una compagnia in cui però ognuno ha la sua vita e la mia invece è così, ancora priva di senso.