Un'Università nuova quest'anno è stato il mio sogno. Ho preso un aereo e sono partita. Per crescere, per migliorare. Per avere un bagaglio di conoscenze più grande. Per avere qualcosa da vendermi, un giorno, nel lavoro.
Ho imbarcato sull'aereo una valigia pesante, piena di vestiti, che non sono mai troppi. Piena di sorrisi. Piena di sogni.
Sogni per me. Sogni per me lontana e per me che ritorno. Perché io voglio tornare. E quel bagaglio di conoscenze voglio vendermelo nella mia Regione. Nella mia terra. Nella mia città. Nella mia Università.
Mi sento piccola, qui. E sento che piccolo è il nostro Ateneo. Non si tratta di cifre. E' l'età. Ed anche io, come l'Unibas, sono nata nel 1982. Dobbiamo crescere. E crescere è faticoso. A volte, significa alzarsi nel cuore della notte, uscire nel freddo e nell'umido di una città straniera. Cambiare 3 volte la metro. Solo per seguire una lezione. Altre volte, significa tirare la cinghia, e decidere dove tagliare. Perché non si può avere tutto. E bisogna saper aspettare, e bisogna accontentarsi. L'importante è avere un'idea, il coraggio di portarla avanti, senza paura. Sapendo che ci saranno momenti in cui si vorrà mollare, rimanere nel letto a dormire. Magari dichiarare bancarotta.
Io non voglio mollare. E' il mio carattere. Io voglio sudare, ed ottenere quel che voglio. Costruire mattoncino dopo mattoncino il mio background. Per arrivare dove? Magari, diventare ricca e godermi la vita, con un viaggio di una settimana ogni mese. Magari, diventare ricca dentro e, perché no, un giorno, parlare a degli studenti difronte a me. Spiegare loro una formula e trasmettere qualche cosa di più. La voglia di imparare, di scoprire. Di vivere. La voglia di non fermarsi mai, il desiderio di avere 48 ore in un giorno e cambiare il mondo.
La mia voglia di fare…Con questa ho voluto provare l'esperienza della Rappresentanza Studentesca. E sono delusa. Non solo perché non sono un buon rappresentante. Questo è sicuramente un aspetto. L'altro, principale, è che mi sento un po’ fantasma, come il Senato degli Studenti. E un rappresentante fantasma è uno studente morto. Questo, lo so, non ha nulla a che vedere con l'inaugurazione di un Anno Accademico. Sono certa che a nessuno dei partecipanti alla cerimonia può interessare una tal storia, banale ed infantile. Eppure, a pensarci bene, non è affatto banale. E' il sintomo del sostrato che manca. Al nostro Ateneo manca il sostrato. Non sono i soldi, non sono le strutture. Certo, soldi in più ed altre strutture non sono questione da poco…e con tanti soldi in più e tante strutture in più…ne ho di idee su come utilizzarli…ma…ok, abbiamo il contenitore. E il contenuto? Gli studenti dove sono? Non è il numero di matricole il giusto metro di misura. E' il grado di vita. Io non lo so come si misura. La mia percezione è che sia basso. In crescita, ma ancora molto basso. E non so come si possa fare a farlo crescere. E' su questo che bisogna lavorare. Sul senso di appartenenza degli studenti ad un Ateneo e su quello che ciò implica. E' un "universo". Non solo un posto dove prendere un pezzo di carta. Non è un modo per scaldare una sedia non sapendo cos'altro fare. E' un modo per crescere. Diventare migliori, per se stessi, prima di tutto.
L'università. Svegliarsi la mattina ed andare in Università. Raggiungerla, senza troppe complicazioni (il treno, il ghiaccio, la discesa, il parcheggio…). Arrivare. Avere un posto dove stare, prima delle lezioni, Anche dopo. Avere un posto dove stare, anche se non ci sono lezioni. Poter prendere un libro, ce ne sono tante copie. Leggere, studiare. Su un libro, non su qualche fotocopia. E non solo perché fotocopiare un libro è reato. E' perché leggere un libro è diverso. Avere un posto per rimanere concentrato. Avere un accesso ad Internet, che non è solo un giocattolo. E' una risorsa. Sapere che l'Università paga per avere accesso alla lettura di riviste scientifiche. Leggere un articolo, scoprire che vuol dire ricerca. entrare in laboratorio. Provare, sperimentare, scoprire. Essere curiosi, sempre di più. Andare a pranzo. Avere possibilità di scegliere. Avere possibilità di ricrearsi. Teatro, poesia, sport. Assistere. Ma anche creare.
E' un universo. Con cervelli in orbita. Un'alimentazione reciproca. Quello che gli studenti apprendono, all'Università potrà tornare.
Questa è la mia idea di Università. Sarà solo utopia?
Esprimere un voto. Prendere dei foglietti ed infilarli in una busta. Vacillare. Aver letto un po’ i programmi elettorali, aver raccolto un po’ di informazioni. Ho votato, ieri, in Paris Dauphine. Ho respirato l'aria della campagna elettorale. Un'aria diversa, eppure sostanzialmente uguale a quella della mia campagna elettorale. Ho votato, scettica. Ho votato sapendo che, poi, chissà se servirà. Chiudendo quella busta, però, oltre al mio scetticismo e oltre alla saliva, ho lasciato anche un po’ dei miei sogni.
Io, che non smetto di sognare costi quel che costi. Io, che non so fare un discorso. E che, beffa strana, su due anni di rappresentanza non ho partecipato a nessuna inaugurazione dell'Anno Accademico.
Forse perché, in fin dei conti, "rappresentante" io non sono. Ma qualche cosa da dire ce l'ho. Senza retorica, senza pensarci troppo. Forse, solo con un po’ di buonismo.
Vorrei che fosse un'inaugurazione importante, perché è un inizio. Ed io preferisco gli inizi...
E' l'inizio per un nuovo Rettore. E' l'inizio per i nuovi rappresentanti degli Studenti che ci saranno in Maggio. Magari è l'inizio di una nuova epoca. Questo quello che vorrei. Condividendo un sogno di un'Università che fa ricerca e che fa campus, dove gli studenti sono vivi, e ci sono. E li trovi a pranzo, a cercare un raggio di sole in un cortile umido. E li trovi in fila a mensa, per un pasto caldo. E li trovi in biblioteca, alle 19.45 di sera, in silenzio, concentrati. Questo quello che succede in Paris Dauphine. Questo che può succedere in qualunque altra università. Questo, quello che succede all'Unibas. Dove, però, ancora non c'è il sentirsi unibas. E' la mia opinione, soltanto. L'opinione di un Vice Presidente fantasma di un organo ancora più fantasma. Ed un rappresentante fantasma equivale ad uno studente morto.
Sono morti gli studenti dell'Unibas? Vorrei sapere chi sono, quegli studenti. Se sono il popolo Lucano che cresce e che vuole restare e che vuole far crescere la sua terra. Se sono giovani che scelgono l'Università solo per rimandare una ricerca, probabilmente fallimentare, di un lavoro. Una volta, sul treno, un tipo mi ha chiesto "e che si fa nella tua Regione?". Ok, io sono ignorante, poco informata e fuori dal mondo. Forse solo per questo non ho saputo rispondergli. Forse.
Non so. Ho le idee confuse. Non so fare un discorso io. E forse è meglio così.
M. spiega. Sento il traffico. Vedo scorci di cielo. Il parco di Bois-Boulogne e, oltre, la Parigi moderna. Il chiacchiericcio alle spalle e il rumore del gesso sulla lavagna. M. è giovane e bello, ma fatica a spiegare questa logique par defauts. E' inesperto, ma ha negli occhi il desiderio di lasciarci capire.
I miei capelli sono ancora un pò umidi. Sottili ed elettrizzati. Lo zaino è pesante e l'aria è calda.
Il sole dentro di me. Il modo per tirarlo fuori. Il caffè con la panna e i cwereali nello yogurt. Le lacrime e i sogni cattivi, i fantasmi nell'armadio. Fight club.
E allora anche io bisogna che mi lasci andare. Non sentire più il solletico. Governarmi.
Sapere, sempre. I hate when you say I don't know. Questo l'ho già sentito. Ma forse stavolta è differente.
Felice, senza credere alla felicità. La vecchiaia ed il sorriso.
L'odore di casa e del camino. Lo troverò diverso questa volta, con le pareti gialle e la cucina nuova. Ma il profumo della parmigiana che mamma preparerà per me, quello sarà sempre lo stesso. Profumo d'amore, più che altro . E allora, le parlerò di me. Le dirò dei miei sorrisi al risveglio e dei miei bonjour e della carta igienica rosa. E le dirò che la vita è semplice.
Have a nice day. Perchè la felicità di oggi vale mille volte più del dolore futuro. Perchè dovrei affliggermi ora? Vale la pena? Questa è la domanda.
Oui, c'est ma reponse.
In una notte insonne, dopo un pomeriggio sonnacchioso e una cena francese, nel cuore una voce a telefono così, prima ansiosa, poi un po’ più calma, il calore di casa vicino. La fiamma di una candela e il ricordo della brace nel camino. Le lenzuola arancio. L'energia. Due settimane e il primo esame. Oggi, un mese. Una lettera per mamma, scritta a mano. Emozioni dentro, mentre si fa un'aria di Natale. La lista della spesa, ogni giorno dimentico qualcosa. Avere paura, averne un po’ meno. Prendere la sciarpa verde, avvolgerla due volte, se c'è freddo tre. Camminare con il naso rosso e il fiato che appanna gli occhiali. Una cioccolata col nesquik, mezza scatola e sembra quella del bar. E' calda, dopo il mercato delle pulci. La prima volta arriva sempre. Tra il 6 e il 7 Novembre (Buon compleanno, Super) la prima notte sola, ho chiuso a chiave con la doppia mandata. Controllerei il gas, se lo avessi, prima di addormentarmi, ripetendo i gesti che ho visto ogni sera per tutta la mia vita. La mia tristezza, che non è tristezza. The hours. E lo ha scritto un uomo. Vederlo in Inglese, con i sottotitoli in Francese, col ricordo delle pagine che scorrono e dei passi che ho annotato qui da qualche parte sul pc.
Mi addormento stanca. Sono felice.

(piccola foto per Egidio)
(ecco il livello della piena della Senna del 1910...fotografato all'Hotel de Ville...)