Ho letto in giro che settembre è un po’ come un capodanno, che si ricomincia, pieni di propositi. Ci ho pensato un po’ su ed in qualche modo credo che sia vero. Solo due settimane fa trascorrevo la serata con due vecchi amici a discutere di quanto fosse meglio scegliere la piscina piuttosto che un corso di ballo, e che comunque è necessario decidere di fare qualcosa prima dell'arrivo dell'inverno. Ieri mattina, poi, giravo in tondo nella mia camera, a piedi scalzi, ripetendo ad alta voce prima di un esame e all'improvviso ho tirato su il coperchio del pianoforte, e ho cercato di ripetere quei soliti gesti. Trovare la posizione, assestarmi sullo sgabello, il braccio con l'angolo giusto, il piacere, al tatto, dei tasti bianchi e lucidi, spinti giù fino in fondo troppe poche volte dalle mie mani incerte.
Ho sentito il desiderio di provare ancora, di avere qualcuno che si metta accanto a me, a sistemarmi la mano, che mi aiuti a saperla lasciar cadere quando deve, a non mettere forza nel polso, a non essere rigida. Che mi porti il tempo. Che mi indichi le cose da fare, e mi suggerisca come farle, e mi sostenga e mi incoraggi. Ho pensato che potrei trovare un insegnante, e cercare un buco nelle ore per dedicarmi a lui, ora bianco difronte a me.
Mi sono detta che è solo il bisogno di un proposito per il settembre-capodanno, uno di quei capricci che perdono vigore già sotto Natale, e che arrivati all'estate non ci si ricorda nemmeno di aver cominciato, e che allora non ne varrebbe la pena, e poi dove lo troverei il tempo? Ed avrei forse la caparbietà di dedicare a lui, solo a lui, un'ora del mio tempo ogni giorno, quando a fatica lo trovo per le persone? E poi, dovrei farlo accordare, che è proprio giù di tono, e ripulirlo, togliere tutta quella polvere..
Mi sono detta che si, poi, tra un po’ ci ripenso.
La sera, continuando a ripetere, seduta sul letto, l'ho guardato ed ho provato una sensazione stranissima, inquietante, ma non brutta, difficile da descrivere, contrastante. Pensavo che si, è vero, gli esami non finiscono mai e la vita è un esame e bla bla, ma poi, quando sai che il giorno dopo è proprio l'ultimo che devi sostenere, quello che una firma, il tempo di guardarla, e poi il libretto si consegna in segreteria, ecco, è da lì che è nato l'impulso di toccare i tasti, la mia grande cosa incompiuta, la mia paura di scontrarmi col mio limite suonando ed il terrore di scoprirmi troppo poco.

Un tempo di bilanci, un cliché del capodanno, in effetti. Rendersi conto che questi anni, mentre tentavo di diventare un ingegnere (anzi, un'ingegnere, che sono donna), li ho impiegati a cercare una forma per me, una forma di me. Come con un libro, chiuderlo mi mette un po’ tristezza. Si, lo so, lo scaffale è pieno, posso scegliere il prossimo, ma l'ultima pagina, quella quarta di copertina, che giro e poi lo riprendo tra le mani, lo soppeso, lo faccio mio, quel momento è la vera ragione per cui ho deciso di leggerlo, e di continuare, anche quando avrei voluto smettere, e quella commistione di sentimenti la provo ora.
Sembra difficile vedere il legame tra il piano e l'ultimo esame, eppure ora che ci penso mi sembra così evidente, lampante. E' che arrivata (quasi) in cima mi sembra di vedere meglio quello che ho lasciato dietro, e questo spettro da cui sono fuggita - il pianoforte - spaventata, amareggiata, e che ora mi sembra sciocco temere. Anzi, comincio a pensare che conoscerlo meglio possa essere un altro modo per confrontarmi con il limite, che a quattordici anni, prima di poterlo incontrare, ho evitato, cambiando vilmente strada, ignorando che potesse esistere, pur sapendo che esiste.
Allora questo libro che si chiude, e che soppeso in questi giorni, ha il sapore di tutte le porte che apre, e la saggezza che il limite, in fondo, si può conviverci e pure governarlo, senza doverlo per forza dominare.
Si, dunque, questa vita qui è piena di parallelismi. Ed è inquietante. Ok, potrebbe non esserlo ma per come sono io lo è e basta. Riflettendoci, però, devo ammettere che tanto cose parallele non si incontrano mai, ciascuna per la sua strada, ciascuna in modo indipendente.
e poi sono andata da lei con una rinnovata energia che non mi ha fatto nemmeno pesare i sette piani di scala a chiocciola di legno e dai gradini consumati e scivolosi per i quali ho dovuto trascinarmi l'enorme valigia che avevo con me. 
Qualche sera fa, in campagna di un amico, ho passato un tempo indefinito ed apparentemente indefinitamente lungo, sull'altalena. La classica altalena con le corde e il legno, il fresco della sera, il caldo del vino, il profumo del prato e la sensazione del cielo sereno. Un senso di pace che non provavo da tempo.
Ieri, ho scelto qualcosa che apparentemente è contro senso, contro logica, contro utilità, che non ha nulla di razionale ed avrà un prezzo, per ora ancora da stabilire, forse anche troppo alto. E' stato però un gesto che avevo bisogno di compiere, da molto tempo. E' stato rifiutare un voto ad un esame, dopo averlo sostenuto molto male. Non so cosa sia andato storto, non sono arrivata impreparata ed ero particolarmente agitata. Il voto basso che il prof mi ha proposto non è un voto che influisce sulla mia media, e la materia non è una materia che mi interessa. Per di più era il terzultimo, sono agli sgoccioli e perdere tempo è l'ultima cosa che vorrei, ma ho sentito dentro di me il bisogno di riflettere ancora su quello che ho studiato e trovare le ragioni per cui non sono stata capace di dimostrarlo.
E' una vecchia storia questa, che mi porto dietro dagli ultimi esami della Laurea Triennale: c'è stato un momento, allora, in cui ho cominciato a prepararmi per una data ed inevitabilmente ritardare di una settimana l'esame, perché volevo più tempo per pensarci, e poi ho visto scendere il mio rendimento, la mia concentrazione, ho perso quel modo brillante di descrivere le cose che spesso mi ha permesso di superare con voti eccellenti anche esami in cui la mia preparazione non era al top.
La laurea specialistica poi è cominciata in una fase strana della mia vita. Il primo esame che ho sostenuto,stessa spiaggia stesso mare, l'ho sostenuto e non volevo sostenerlo. Avevo bisogno di pensarci; in quel momento, però, mi sono lasciata spingere e convincere ad entrare, sedermi, e quando sono uscita, mi è stato fatto notare come fosse importante accettare quel voto. Questo poi si è ripetuto altre volte, anzi a dire la verità se non fosse stato per una presenza costante che mi ha aspettato dietro la porta in tutti questi esami, probabilmente ora sarei alla metà, e non vorrei, davvero. Ma ieri no, ieri, un moto d'orgoglio, o forse un pizzico di follia, o non so cos'altro, senza alzare lo sguardo - l'ho fatto solo dopo - mi ha indotto a dire - non lo voglio - .
E' che devo capire: dove è andato quel modo brillante di discutere? Dove è finita la capacità di restare concentrata e pensare? Dove l'intelligenza per collegare le cose fra loro? Non mi basta sapere che so, non è sufficiente a lavarmi la coscienza. Il punto è che devo dimostrarlo, all'altezza di quello che so. E' il senso dell'esame, è il momento in cui si dimostra, si verifica, e si affronta a testa alta il giudizio. Ma il giudice deve essere prima in sé, e ieri, per me, l'esame non l'ho superato. [D'altra parte, forse nemmeno per il prof, che prima mi ha proposto quel voto bassissimo, e al mio rifiuto mi ha chiesto come penso di studiare ora (gli ho francamente detto che forse ho studiato in modo superficiale, un po’, ma non credo di avere bisogno di molte spiegazioni, che mi ha proposto di darmi), me ne è sembrato convinto: quando nel pomeriggio sono tornata da lui per dirgli che tra un paio di settimane vorrei sostenere di nuovo l'esame, mi ha detto ok, ma che secondo lui non sarà abbastanza. Allora, vuol dire che non era abbastanza anche ieri?]
So che ho fatto una stronzata. Ma non sono pentita, anzi. Sono serena, ora, come quella sera sull'altalena, perché ho ritrovato quella persona che ero, e che per troppo ho lasciato stare in silenzio. Ho bisogno di saper dimostrare quello che sono, e finché non ci riesco, devo riprovare. Ho bisogno di fare le cose che mi piacciono, come andare sull'altalena, che a 26 anni sembrano non avere un senso, e magari non ce l'hanno, ma sono parte di me.
). Speriamo bene! Costanza, Ale, costanza!Allora, il prof, quello che mi ha dato della pallida, arriva, con la sua tenuta estiva con pantalone arancione, e sapendo che io sono sempre provvista di chewingum, me ne chiede uno:- mia moglie mi ha fatto il caffè col sale e andavo di fretta e me lo sono bevuto quasi tutto - - eh le donne, prof!- .
E poi se ne va. Torna dopo qualche minuto, e prima di cominciare a lavorare, dice qualcosa sul come si sente la bocca. - Prof, ma il sale è stato un errore? - - Eccerto capellone - risponde il prof con il noto soprannome per lo schiavo senza capelli. - Ci mancherebbe - dico io e subito capellone controbatte - E ma io chiedo, sono curioso, so che il caffè col sale si usa per la stitichezza - .
E' da un po’ che ci penso: mi chiedo cosa fare di questo spazio. E' che faccio fatica a scrivere, faccio fatica a mettere in ordine, come prima invece mi veniva facile, quello che osservo. Mi accorgo di scrivere cose che, se le leggessi altrove, troverei molto stupide e affatto interessanti. Mi accorgo di allontanarmi pian piano da tutte le persone che in rete ho conosciuto e di usare sempre meno i social network che per lungo tempo hanno riempito il mio bisogno di comunicare. Poi mi guardo intorno ed osservo che non sono l'unica a sentire questa cosa. Ne hanno già parlato altri. Faccio fatica anche a scorrere i miei feed, e a volte mi chiedo anche perché ne tengo alcuni che non leggo praticamente mai.
Mi chiedo se questa mia stanchezza sia legata al bisogno che ho di vivere più real life (e al contempo intessere relazioni con un samsung, ad esempio
), o forse sia indipendente. Magari dovuta alla difficoltà che ho di lasciar davvero intendere quel che vorrei comunicare. E mentre il mio compagno di lab dice che gli piace un sacco come rendo le cose, come parlo, come mi esprimo, io mi convinco sempre più che non è certo questo - e non lo sarà in futuro - il mio ruolo. Comunicare, in modo diretto, non fa per me. D'altra parte, questa mia difficoltà si vede pure quando a pranzo con i miei parenti mi nascondo in cucina a lavare i piatti pur di non cadere nelle banalità dei discorsi di tutti i giorni, e soprattutto pur di evitare domande a cui non ho voglia di rispondere, forse per presunzione, forse per timidezza. Ma sto divagando.
La questione aperta, ancora più aperta dopo una breve discussione con AleAllaRicercaDiUna.k.a., è quanto bisogno ho di questo spazio, quali sono le ragioni per cui ancora lo alimento e verso quali lidi voglio dirigerlo. Infatti almeno questo per ora è sicuro: non buttarlo via, perché è parte di me, e non si butta nulla (anche se qualcosa la rinnegherei, sono sincera).
Rifletto allora a voce alta, magari immaginando che chi mi legge e resta silenzioso possa aiutarmi a capire quello che oggi non capisco.
Quanto ho bisogno di questo spazio non lo so esattamente. So che mi piace. Solletica la mia vanità e riempie il mio tempo. Mi lascia parlare quando magari nessuno mi ascolta e pensare ad alta voce senza dover censurare il mio pensiero. (qui poi sorgono altre domande e mi chiedo quanto censuro, perché censuro, quanto lascio filtrare di me e della mia vita privata, quanto è giusto che giò avvenga, quanto sono responsabile di quello che dico, ed è evidente che è ancora poco, dato che faccio fatica all'idea che tutti proprio tutti sappiano che stellakeride sono io e che io sono stellakeride).
Quali sono le ragioni per cui lo alimento (ed ancora lo alimento)? E' cercare di descrivere quello che vedo attraverso i miei occhi. Filtrarlo, interpretarlo, e da queste analisi capirlo meglio.
Allora mi accorgo che per fare queste mie analisi e dare queste mie letture è necessario dedicare del tempo, fermarsi a riflettere e non buttare giù quattro righe. Ed è vero anche che è passato il tempo dei post-flusso-di-coscienza, ed è maturata in me l'esigenza di rileggere e rileggere e rileggere ancora. E più spesso ancora di pensare e ripensare e ripensare ancora prima di scrivere. Così, rimangono su un post-it le note che prendono, perché un giorno vorrei raccontare di questo e di quest'altro, e non lo faccio mai. E sembra che sia come tutte le cose della vita. Mi dico un giorno farò l'inter-rail e poi scopro che già non posso farla più (o meglio posso farla, ma comprare un biglietto da adulto non è la stessa cosa, ed ormai non ho più l'età per il biglietto da young :( ) e così mille altre cose.
Mi resta dunque da capire dove voglio andare. Ed ancora non lo so.